Pecci: "Maradona è il più grande: abitavamo nello stesso palazzo, lo sfottevo dicendo..."
L'ex calciatore Eraldo Pecci, nel corso della sua intervista a La Stampa, ha parlato anche di Diego Armando Maradona.

Eraldo Pecci compie settant’anni. L'ex calciatore ha rilasciato alcune dichiarazioni ai microfoni del quotidiano La Stampa: "Il numero fa effetto, per la prima volta il compleanno mi dà un po’ fastidio. Però ho letto che più ne festeggi più campi, e allora va bene così".
In rossoblù bruciò le tappe. "Debuttai in Serie A a 18 anni, proprio contro la Juve. Mi ricordo tutto, magari non so che ho mangiato ieri ma di quella partita ho presente ogni attimo. Finì 1-1 con due rigori, fallo mio su Bettega e fallo di Salvadore su di me. Arbitrava Casarin, e sa cosa successe? Bulgarelli o i grandi campioni bianconeri lo mandavano a quel paese e lui si limitava a replicare “stai calmo”, io chiesi una punizione alzando le mani e mi ammonì. Capii che dovevo stare al mio posto".
Vinse la Coppa Italia a 19 anni: suo il rigore decisivo… "Era il 1974, finale con il Palermo. Pareggiammo al 90’ e l’1-1 rimase intatto ai supplementari, così ci toccò il dischetto. Non c’era lista, si decideva tiro per tiro, all’ultimo Pesaola si avvicinò e mi disse “vada lei”. Forse perché al torneo di Viareggio, che all’epoca era un piccolo Mondiale, avevamo vinto la semifinale ai rigori e li avevo calciati tutti io. Andò bene, Palermo battuto: confermai l’abilità dagli undici metri che persi invece al Torino".
Pesaola dava del lei anche a un ragazzino? "A tutti. Perfino se ti mandava affanculo. Una volta, parlando di caratteristiche, dissi di sentirmi estroso e lui: “Lei è estronzo, non estroso'".
Poi il Napoli di Maradona. "Chi l’ha conosciuto non può che parlarne bene. Era sempre a disposizione di tutti, specie degli ultimi. All’ultima di campionato, ad Avellino, sapendo di andar via perché volevo avvicinarmi a casa, ringraziai i compagni uno per uno. Lui rispose: “Ringrazio io te per come mi hai insegnato a stare in campo”. Ovviamente non era vero, ma erano le parole del capo vicino all’ultimo uomo, del grande che vuol far sentire il piccolo apprezzato. Abitavamo nello stesso palazzo, ogni tanto lo sfottevo chiedendo se volesse lezioni di palleggio con il destro. Calcisticamente, per me è stato il più grande: nel palazzo dei grandi, lui ha un attico".
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